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domenica, settembre 24, 2006

Perché Ravanare ?
Risponde l’esperto:
Marco G. ha 46 anni ma ne dimostra molti di più. Accetta d incontrarci in un luogo ameno e privo di tentazioni che è il bagno degli handicappati del terzo piano. Ma durante l’ora scarsa del colloquio continua a guardare negli angoli con la vista periferica e, ogni volta che sente uno scroscio dall’adiacente bagno delle signore, non resiste al cambiarsi gli occhiali da vista inforcando quelli da ravanamento che lo fanno rassomigliare, vagamente, a Tito Stagno.
Oronzo T ha circa 10 anni in meno. Il cellulare squilla in continuazione e lui risponde con urla disumane per organizzare partite di calcetto. Ma nonostante questa sicurezza e l’abilità nel seminare, anche lui, mentre parla con noi cambia improvvisamente il fuoco dell’attenzione. Il suo gagliardo ciuffo in stile Paolo Limiti, è infatti una sorta di infallibile radar che , purtroppo suo malgrado, “sente” un qualsiasi essere di sesso vagamente femminile nel raggio di Kilometri.
Cosa hanno in comune queste persone ? Entrambi sono affetti da ciò che uno studioso di Psicologia dell’ Ormone definerebbe un “Sindrome da ravanamento compulsivo” da manuale.
L’origine del ravanamento è antica come la nascita dell’ essere umano, uomo o donna che sia. Già dai testi biblici si legge che Adamo voleva comperare una moto e che Eva gliela voleva dare proprio nel preciso momento che lui era impegnato in una discussione con Dio circa una cazzata con una mela che aveva fatto. E che dire di Mosè che aveva la cognata disponibile mentre lui era impegnato a ritirare le tavole dei comandamenti ? Ma oggi, a distanza di millenni il ravanamento acquisisce una dimensione totalmente diversa: politica ed esistenziale. Viviamo infatti, in un mondo sempre più proiettato nell’avere anziché nell’essere. Il fine ultimo è l’obiettivo e non il mezzo con cui lo si raggiunge, perché tale obiettivo è merce e non più sfida con sé stessi per crescere. Ecco quindi che il ravanatore è figura esistenzialmente rivoluzionaria che ripropone l’atto fine a sé stesso. Egli agisce indiscriminatamente non per avere un obiettivo capitalizzante, bensì per il gusto dell’azione, dell’atto che lo porterà infallibilmente, verso l’amato e odiato due di picche. Simbolo con valenza di cambiamento ancora più alto di falci e martello o altre icone che conosciamo perché antitesi del gesto produttivo, perché unica espressione metaforica dell’essenza maschile che recupera il verro che è in lui. Il ravanameto vive attraverso i secoli, quindi. Attraversa la storia. Supera montagne invalicabili e limiti geografici. Sebbene oggi può essere demonizzata e vista come il volo scomposto e improduttivo della beccaccia ed essere paragonata ad un romagnolo senza motore o a un cancello automatico che non funziona, il ravanamento è un modo di essere sincero e naturale. Un modo esistenziale per non dimenticare una memoria storica fatta di due di picche e frullamenti nel vuoto che ti fanno, però, sentire così vivo…


Bibliografia consigliata:
Vladimir Illic Ulianovic Lenin: Che fare ? (sottotitolo: pensieri di un ravanatore su una Zarina che non te la dà);
Gabriel Garcia Marquez: Cent’anni di ravanamento;
Ernest Hemingway: il vecchio e la patonza;
Erich Fromm: Avere o ravanare;
Herman Hesse: Il ravanatore nella steppa;
Umberto Eco: Il pendolo di Fuffo (sottotitolo: il pugnalamento di Focault);
Luis Sepulveda: La beccaccia e il gatto;
Luigi Pirandello: Sette ravanatori in cerca di una zannona;
Erasmo da Rotterdam: Elogio alla zannonaggine;
Jhon Grisham: Il Ravanatore